Martedì, 19 Luglio 2011 07:29

Un figlio, il coma, la lunga strada...

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Riporterò le parole di una mamma che denuncia la propria disperazione per suo figlio adolescente caduto in coma. Una mamma che non si rassegna a chiedere alla sanità di “guardare” suo figlio e di riporre in lui tutte le risorse disponibili per un’esistenza dignitosa, anche se la sua immobilità e il suo silenzio schiaffeggiano quotidianamente le proprie speranze.
A questi familiari va tutto il mio affetto e la mia stima per il tanto lottare e per la tenacia che li rende compostamente fermi accanto ai loro cari e così caparbi nel conservare un’immagine del proprio caro non come ramo spoglio,  ma come adornato da  fiori di pesco. Ascoltiamo il suo messaggio...

***

"Ci sono esperienze che capitano all’improvviso, senza esserne preparati e che ci travolgono con la loro lenta monotonia con il loro nauseante ritmo.

Seduta su una panca fuori il reparto di neurochirurgia, aspetto un verdetto, una risposta.
Attenta come un segugio osservo i medici che entrano ed escono dal reparto, cercando di capire a chi dovrò fare le mie domande.
Le ore passano e mi ritrovo l’immagine lineare della mattonella impressa nella retina. Nessuna attività, nessun desiderio, solo attesa.
Poi esce un medico che riferisce la sua prognosi. Parte così un lungo cammino, ogni giorno è un nuovo giorno, ogni momento è utile per ripensare a quello che c’è stato prima.

Dopo 2 mesi di intensa paura, lo vedo trasferirsi in un altro reparto perché i posti in una rianimazione sono pochi e “si deve lasciare posto”. Mi sento su un precipizio: un cambiamento che non volevo il cui esito non so prevedere.
Ci spostiamo in una clinica riabilitativa nel quartiere dove mi piaceva andare perché lì c’è il mercato dei fiori. Adesso è in una stanza dove i parenti possono entrare senza quelle mascherine e cappellini tanto ridicoli, che fanno rabbia perché indossarli toglie tempo, toglie quei minuti preziosi che hai a disposizione per parlargli e per vedere se ci sono progressi.

Ora sei lì, in uno stanzone, con tanti letti e tante persone. Sembra un bosco dopo un incendio. I parenti implorano un cenno, un minimo segnale che li aiuti a credere in quello che stanno facendo, una minima ricompensa a quel loro tanto penare. Nessun miglioramento, così lo stato rimane invariato ma il posto che si occupa deve essere ceduto.

Altro passaggio ora in uno degli ospedali più antichi di Roma, immerso in un quartiere con la villa più grande, quella che ospita perfino le nutrie e che in primavera si inneva di polline. Il reparto è nuovo, aperto dal Presidente della Regione e ci sentiamo incoraggiati da questo progetto così giovane che fa da contraltare al nostro sentirci così vecchi e stanchi.
Non siamo soli, ci sono medici disponibili e infermieri capaci.

Ma ecco che tutto si ribalta e ritorna ad essere una situazione precaria in cui il personale viene licenziato dopo un periodo determinato. Tagli. Di nuovo disorientati, persi, nel bosco bruciato.
Le nostra urla sono diventate mute, il nostro dolore sordo e continuo, senza uditorio. Nessuno investe per gente “che c’è ma è come se non ci fosse”, perché è in un limbo.

Restiamo soli. Incazzati con chi dirige il luogo di cura perché sembra distratto da una propria rassegnazione tanto da non battersi per trattenere con un nuovo contratto il personale sanitario che si è formato, sperimentandosi ogni giorno con i nostri cari e non da ultimo anche con noi.

Guardiamo il nostro caro e ci domandiamo cosa la sanità ci chiede: portarlo a casa sarebbe la soluzione? E con quali mezzi economici? Con quali capacità e con quali risorse emotive? Ci siamo trascurati nel mangiare, nel dormire, nei nostri bisogni più umani ed ora cosa resta di noi? Tanta amarezza e spossatezza: vuoti. Nessuno che chieda come ci sentiamo. Hanno paura della nostra reazione. Sono passati 5 anni ed a me la strada non mi ha portato da nessuna parte."

 

testimonianza raccolta dalla Dott.ssa Luisa Marchionni

Psicologa, Specialista in Psicodiagnostica, Docente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. 
Le aree di intervento sono rivolte prevalentemente all’infanzia e all’adolescenza, con  riguardo al contesto familiare e alla riabilitazione psichiatrica.
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Potete comunicare con Luisa Marchionni attraverso il nostro forum sugli adolescenti

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Commenti   

Alberto
+1 # Alberto 2011-12-02 11:28
la malattia dei figli è un dolore insostenibile.
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