Martedì, 29 Giugno 2010 09:45

L’incidente a Taricone, i limiti dei genitori

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Questa mattina aperto il web ho scoperto che Pietro Taricone non è sopravvissuto al tragico incidente con il paracadute di ieri. Mi ha colpita molto e lasciata tramortita anche se non seguo i reality, e conoscevo poco la sua carriera, ma di sicuro mi pareva un'icona del gusto della vita. La vita era molto generosa con lui, e improvvisamente gli ha regalato un’altra dimensione, ma chi lo amava rimane qui, senza risposte…

In rete ho trovato un post che mi è piaciuto, su Blimunda, perché parla della reazione di molti a questa notizia che affermano che il comportamento del "guerriero" come lo chiamavano, è stato scellerato, avendo lui una figlia piccola: un genitore non deve permettersi di scegliere con leggerezza ciò che vuole fare, perché non è più solo.

Io contesto profondamente questo modo di pensare.

La vita da genitore soffre già di molte limitazioni senza che ne aggiungiamo altre dettate dalle nostre ansie. Fumare fa più morti e “invalidi” degli sport estremi, eppure e’ rarissimo che un genitore smetta di fumare perche’ ha figli…

Allora queste riflessioni di Blimunda sul falso moralismo e perbenismo mi trovano concorde. Insieme alla mania di scaricare sui figli il nostro essere ansiosi, per cui è da condannare uno che sceglie una cosa che a noi fa paura, ma se invece avessimo parlato di qualcosa di molto più normale: uno che decide di vivere nella città più inquinata del mondo, con una bambina di pochi anni, senza un fazzoletto di verde, al 10imo piano di un grattacielo, lavorando dalle 7 del mattino alle 8 di sera, fumando 40 sigarette al giorno (o anche 20), con un dieta ricca del meglio dei preparati che il supermercato può offrire (merendine, gelati, surgelati precotti, etc) che muore di cancro o di attacco di cuore, con una bambina sovrappeso, che non ha mai accarezzato il muso di un cavallo, tutto questo rumore sull'incoscienza di questo padre non sarebbe nata.... mentre la figlia di Tarricone ha goduto di due giovani genitori, che le hanno regalato la vita di fattoria, all'aria buona, e la gioia della voglia di vivere, dell'assenza di paura di sperimentare, di prendersi dei rischi.

Io sostengo che la vita ci sorprende anche quando pensiamo di condurre la vita piu' misurata che mai: qualche anno fa un'amica fu falcidiata da un furgone, mentre stava aspettando l'autobus, in coma per mesi, oggi vive ancora, ma credo che padre e figlio ci abbiano messo anni a conoscere ed accettare questa nuova persona, mutata sia nell'aspetto che nelle facoltà mentali, che nel pensiero, e non si era certo lanciata con un paracadute.

Eccovi dunque l'articolo di Blimunda, che ha suscitato commenti di ogni genere:

***

Anni fa non l’avrei mai detto, ma per Taricone sono sinceramente dispiaciuta. Soprattutto per la sua bambina. Quando ho sentito la notizia dell’incidente, che lo dava in condizione disperate, ho pensato immediatamente a lei. Anche questo, anni fa non l’avrei mai detto. Raramente mi interessava se una persona nota in fin di vita avesse o meno figli. Adesso che una figlia ce l’ho io, ovviamente è cambiato tutto.

Ne scrivo perché mi ha colpito particolarmente che, nel diluvio di thread apparsi subito dopo lo schianto con il paracadute, tra quelli che lo incitavano a resistere, ce n’erano decine, fotocopia uno dell’altro, che stigmatizzavano la sua scelta di dedicarsi a uno sport estremo pur essendo padre di una bimba piccola.
Per chi è su friendfeed: qui, qui e anche qui.
Lasciando perdere la geniale uscita di Adinolfi, che si commenta da sola, alcune critiche possono essere motivate, per carità. Curiosamente, ma anche no, molte erano avanzate da non genitori.

Spiccava ovviamente l’italico moralismo che alla base ha un non detto strisciante. Suggerisce che un padre di famiglia possa crepare solo volando da un ponteggio o speronato da un pazzo mentre va a lavorare o consumato dallo stress. Una morte perbene; non si muore divertendosi, quando si ha una famiglia; la famiglia è fatica, sudore e sacrificio, altro che svolazzi in paracadute.

Per esperienza personale, un po’ così ci diventi, quando fai un figlio, anche senza moniti esterni. Ti autocensuri, cerchi di evitare attività inutilmente pericolose, curi di più la tua salute, avverti il peso della responsabilità, ti chiedi cosa ne sarebbe di lui o lei se tu, un giorno, eccetera.

Però attenzione. Sempre per esperienza personale (certo, l’essere ansiosa, compagna di un ansioso non aiuta), se inizi ad ascoltare le voci nella tua testa che dicono no, non farlo, e se ti succede qualcosa, e se fosse pericoloso, ecco, non vivi più. Non prendi l’autostrada, viaggi su aerei diversi come la famiglia reale, cerchi di costruire un’inutile campana di vetro che protegga te e i tuoi cari, eviti ogni potenziale rischio, sopravvivi a stento soffocata dall’angoscia. Poi magari quella stordita della vicina del terzo piano dà una gomitata al vaso di gerani proprio mentre tu passi fischiettando per andare a lavorare e olé, addio a una vita di sacrifici e misura, certo.

Io da due anni a questa parte cerco disperatamente di capire cosa possa aiutare un genitore a continuare a vivere. Forse credere in un dio, oppure un bravo psicologo, o lo yoga o una sana dose di fatalismo o un’iniezione di leggerezza, non lo so. Tutte cose che non possiedo, attività che non pratico, purtroppo.

Quindi vi prego, prima di pontificare dall’esterno su ciò che un padre o una madre possono o non possono fare, su quello che il loro ruolo impone, fermatevi a riflettere.
Io credo che chiunque abbia figli, se decide di praticare uno sport estremo o prendere dei rischi per la salute o altro, alle conseguenze ci abbia già pensato e strapensato. E se comunque vuole farlo, sia giunto alla conclusione che un genitore pauroso e frustrato, che vive nel terrore della disgrazia imminente e trasmette ansia anziché sicurezza, come esempio per un figlio sia peggio di chi pratica un’attività pericolosa per il senso comune, non per la statistica.

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