Venerdì, 09 Dicembre 2011 07:30

Gli adolescenti e le ferite aperte nell'infanzia

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La riflessione che puntualmente mi faccio quando ho di fronte un adolescente è centrata sull’immaginarmi il tipo di infanzia avuta. Molti adolescenti si portano addosso ferite che si sono aperte nell’ infanzia.

Lo scrittore francese Paul Brulat scriveva: l’infelicità dell’infanzia si riflette su tutta la vita e mette nel cuore dell’uomo una fonte inestinguibile di malinconia.

Poi con il pensiero mi sposto e mi interrogo sulle modalità relazionali degli adulti significativi che hanno popolato il mondo infantile del giovane, gli stili cognitivi appresi, gli scambi affettivi e comunicativi ricevuti.

Alcuni mondi sembrano popolarsi come la torre di babele: il sovraffollamento delle persone e il sovrapponimento dei ruoli va a determinare una gran confusione. Poi ce ne sono altri: mondi freddi, polari, dove tutto è perfettamente candido ma senza nessun entusiasmo, espressione o briciolo di vitalità.

Il primo tipo di situazione alla lunga sembra sconcertare il giovane, confondendolo e rendendolo “meno fermo su di sé” e pertanto più esposto, perché più dipendente, agli eventi esterni (si pensi alle forme di dipendenza patologica). Il secondo tipo blocca il giovane su confini che non vanno oltrepassati perché ogni tentativo d’uscita è una messa alla propria della propria autostima.

Linda è una giovane di 21 anni che soffre per una mancata integrazione di sé. La descrizione del suo mondo attuale e quello dell’infanzia genera una gran confusione: all’entusiasmo festoso dello stare insieme si sostituisce lo stordimento per la mancanza delle regole e la mancata corrispondenza tra persone e loro ruolo.

Marco è un giovane di 23 anni bloccato al primo anno di ingegneria, è spaventato ed ha paura perché si sente solo. Non sa leggere le emozioni che lo attraversano e come difesa ha imparato a proiettarle sul corpo (soffre di una fastidiosa dermatite).

Questi due giovani riflettono rispettivamente le due tipologie sopradescritte.

Molto ingenuamente alcuni genitori si convincono che il malessere o il disagio del proprio figlio adolescente con il tempo e con il crescere andrà incontro ad una remissione spontanea. Niente di più ingannevole. Il genitore ha il compito di allenare il proprio figlio all’autonomia, educarlo alla decodifica delle emozioni,  fornirlo di quella sana autostima che gli permetta di superare le inevitabili frustrazioni della vita. Tutto questo è possibile se si assicurano relazioni costanti e significative, ponendosi come adulto autorevole e disponibile.

Per prevenire il disagio adolescenziale si devono elaborare atteggiamenti efficaci di accompagnamento che non disattendano i figli nei loro bisogni di vicinanza e che li aiutino ad identificare e gestire il proprio mondo emozionale.

Dott.ssa Luisa Marchionni

Psicologa, Specialista in Psicodiagnostica, Docente dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. 
Le aree di intervento sono rivolte prevalentemente all’infanzia e all’adolescenza, con  riguardo al contesto familiare e alla riabilitazione psichiatrica.
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