Martedì, 03 Maggio 2011 06:42

E se fossero gli uomini a fare i figli?

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un bellissimo articolo di Barbara Motolese, ci fa riflettere sull'essere madri e donne oggi... non è che nella corsa all'emancipazione ci siamo fatte fregare? ...se a fare i figli fossero gli uomini, forse valorizzerebbero il loro ruolo di mammi e pretenderebbero di fare solo quello...

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Le donne hanno tante qualità ma purtroppo tra queste spesso manca quella di valorizzare ciò che fanno. Intendo dire che se un uomo fa qualcosa di importante, che sia attinente alla sua vita professionale o alla sua vita personale, egli ne parla ovunque, se ne vanta, ma non solo come facciata, ne è proprio orgoglioso.

Se la stessa cosa viene fatta da una donna, a meno che questa non possieda un'altissima autostima, solitamente la archivia come "ho solo fatto il mio dovere", "sì però ho dimenticato di fare quest'altra cosa", "beh certo, si poteva fare di più..." e così via.
Così le donne, affascinate dalle mansioni considerate "maschili" fino a qualche generazione fa, come mantenere la famiglia, gestire l'automobile e riparare le cose, hanno relegato in un angolo buio il prendersi cura dei propri figli e hanno cominciato a sgomitare per poter avere anche loro l'agognata "realizzazione personale".

Oggi ho letto un post che riporta una ricerca americana sulle donne che lavorano e i loro bambini dimostrando che a quanto pare non vi è differenza nello sviluppo tra i bambini con mamme casalinghe e quelli con mamme lavoratrici.
Il post solleva interessanti questioni sulla conciliazione famiglia-lavoro e sul ruolo del papà in tutto questo.
Io però vorrei tornare indietro e porre una domanda...
Perchè le donne preferiscono "realizzarsi" lavorando piuttosto che farlo prendendosi cura personalmente dei propri figli godendo interamente dei primi anni della loro vita?
Non è una domanda moralista, che parte dal presupposto che sia "giusto" che la donna stia in casa a guardare i figli e l'uomo vada a lavorare, è un'interrogativo che mi sono posta personalmente.

In nel post "La solitudine delle madri" Barbara Siliquini scrisse che fare la mamma a tempo pieno è in assoluto il lavoro più faticoso e impegnativo di qualsiasi altro ed è anche quello che necessita di più "competenze". Sono assolutamente d'accordo, prendersi cura dei propri figli necessita di un'impegno fisico, emotivo e mentale di altissimo livello.

Non dovrebbe quindi essere il ruolo maggiormente valutato e valorizzato? E se fosse considerato socialmente e culturalmente fondamentale per l'umanità sarebbero gli uomini a sgomitare per godere di questo privilegio?

Io credo che i fattori in gioco siano molti.

Innanzitutto dobbiamo considerare la questione fisica, le donne hanno un vantaggio considerevole sui propri compagni perchè partono 9 mesi prima nell'instaurare un rapporto con il bambino, inoltre la natura le ha predisposte alla cura dei figli quindi godono di un coktail ormonale fatto apposta, che aumenta la resistenza fisica, la pazienza, l'accoglienza e l'empatia soprattutto nei primi mesi dopo il parto.
Dovrebbe quindi essere maggiormente appagata e soddisfatta e, se intorno a lei ci sono le condizioni giuste, questi mesi di gestazione, a scanso della fatica fisica, sono, nella normalità, una vera e propria luna di miele in cui le emozioni positive sono di gran lunga superiori a quelle negative.
Ad un certo punto però accade qualcosa, interviene come una smania di "fare qualcos'altro", "avere tempo per se stesse", "realizzarsi".

Poco tempo fa mi è capitato di parlare con una ragazza diciassettenne, una ragazza intelligente e molto matura per la sua età, e ho capito che, ancora più che per me a quell'età, fare la casalinga è considerato dalle giovani la peggiore sventura che ti può capitare, una specie di condanna a cui sfuggire in ogni modo.
E ho ripensato ad una chiacchierata con mia mamma che mi raccontava di come la sua vita fosse stata completamente orientata a "trovarsi un uomo, fare una famiglia e prendersene cura", fin da piccola la differenza nelle mansioni tra femmine e maschi era chiara, la scelta della scuola, la possibilità di uscire, tutto era programmato in modo tale da dare alla donna un'unica aspettativa.

Io invece ricordo le serate passate a scervellarmi su quale scuola scegliere dopo la 3°media, mi sembrava che tutto il mio futuro dipendesse da quella scelta, non avevo minimamente preso in considerazione l'idea di fare la casalinga, l'immagine che ne avevo era di una donna depressa, priva di autonomia personale, incapace di pensare a se stessa, una donna che si annulla per la sua famiglia. E allora capisco come oggi, dopo 25/30 anni di scuola/università/master/stage e un tempo imprevedibile di gavetta in cui il tuo unico pensiero è quello di "realizzarti professionalmente" il solo pensiero di finire a fare la casalinga faccia rabbrividire qualunque ragazza.

Quello delle aspettative è sicuramente un nodo importante, ma non è l'unico. Io credo che un grosso peso nella scelta di riprendere il lavoro risieda in quelle occhiate deluse quando dichiari "sono a casa, mi occupo dei miei figli", quegli sguardi commiseranti che dicono "poverina", "non avrà trovato lavoro", "è impazzita", "guarda che occhi gonfi, mi sa che sta andando in depressione".

Allora mi chiedo, ma se fossero gli uomini a portare in grembo i propri figli, ad avere la possibilità fin da subito di innamorarsi di loro grazie al coktail ormonale vincente, ad essere cercati per primi dai propri figli di notte o quando sono malati...cosa farebbero?

Lotterebbero mai per ottenere di alzarsi alle 6.30, portare il bambino al nido sfidando il freddo, la pioggia, il traffico per fare un lavoro "gratificante" in cui ti pagano la metà di ciò che meriti e lavori il doppio di ciò che dovresti, per poi vedere tuo figlio alle 18, momento in cui i bambini diventano notoriamente insopportabili, tanto più se non ti hanno visto tutto il giorno, schiaffarlo davanti alla tv mentre raccimoli una cena sperando che vada a dormire il prima possibile per poter fare lo stesso e poi ricominciare tutto il giorno dopo?
Chiamerebbero forse in causa il "tempo di qualità"?

Perchè in effetti non stiamo parlando della possibilità di avere un lavoro "super-gratificante" con orari flessibili, stipendio proporzionato alle tue competenze e ambiente lavorativo sereno. Quanti possono dire di avere un lavoro così?
Certo ci sono molte vie di mezzo tra le due situazioni descritte ma  posso presumere che oggi in Italia siano molto più le donne che lavorano in situazioni simili alla prima ipotesi. Perchè quando si accenna a questo discorso la questione diventa "non si può fare a meno di lavorare in due oggi come oggi".

Allora qual'è la verità, che le donne hanno bisogno di lavorare o lo fanno per "realizzarsi"?
E se si realizzano, perchè è raro trovare una donna davvero soddisfatta della propria vita?
Siamo sicuri che la realizzazione personale passi attraverso il lavoro e non attraverso l'utilizzo di quelle doti di creatività, sensibilità e intuito tra cui la più importante è proprio quella di procreare?
Non ci saremo un po' fatte fregare dal mito della realizzazione professionale e da tutte le aspettative che abbiamo avuto fin da bambine?
E soprattutto la domanda perenne è: come conciliare tutto questo con il bisogno altrettanto sacrosanto dei nostri figli di avere un punto di riferimento stabile, di poter essere a contatto continuo con la propria madre i primi mesi di vita e poi di avere la sicurezza che la madre c'è quando è necessario che ci sia?

 

di Barbara Motolese

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