Una notte difficile

Una bambina che nel cuore della notte si sveglia e piange, apparentemente senza motivo...a quale genitore non è capitato? Matteo Manzini ci racconta come è riuscito a trasformare le sue emozioni di fastidio in accoglienza perchè a volte non servono teorie per calmare un pianto, serve solo la nostra presenza vera.

***

Una notte difficile, quasi insonne. Sofia piange intensamente, è agitata. Non è il pianto di una bambina che ha avuto un incubo, o di chi vuol fare un capriccio. Sofia usa il pianto per dire qualcosa ai suoi genitori.

La mia prima reazione è di fastidio. Sono stanco, non ho voglia di sentir piangere. Comunque mi alzo e vado in camera sua. Vuole la mamma. La prendo in braccio e la porto in camera nostra. Continua a piangere. Non si consola. Dopo qualche minuto capiamo che non è disturbata fisicamente, il disagio è interiore. Il mio senso di fastidio, muta leggermente, tendendo verso il senso di colpa.

 

Ovviamente, anche in questo caso, non voglio sentire. Mi sento stanco e ora anche teso. Aumenta la chiusura. Sì, a parole ci sono. Mi relaziono con il suo pianto, cerco di consolarla, ma intimamente non sono presente, come se non mi interessasse.
Il pianto cresce. Sofia è accoccolata vicino a sua madre che la coccola e cerca di consolarla, mentre io sono seduto sul bordo del letto. Penso: “Così non va'! C'è qualcosa che non va'!!!” E ancora una volta la reazione è quella di usare le parole per cercare una risposta a questo pianto, anzi, per cercare la causa di questo pianto.

Ma, alle tre della notte, a cosa può servire questa disamina? A nulla!!! E allora cosa posso fare? Non ho voglia di sdraiarmi nel letto. Sofia continua a piangere e si agita fisicamente, scalcia. Se mi sdraiassi prenderei un sacco di calci. Penso alla stanchezza, alla giornata che mi aspetta. Penso che così non si può andare avanti, è necessario intervenire immediatamente per sedare il pianto, poi sarà necessario trovare la causa di questo disagio e porre rimedio. I gomiti poggiati sulle ginocchia, la testa tra le mani. Posizione di chiusura. Mi alzo ancora spazientito. Mi metto in piedi con le braccia conserte. Non ci sono ancora. Non funziona, io non “funziono”. Esco dalla stanza, cammino, entro in studio. Faccio avanti e indietro. Rientro in camera da letto e torno a sedermi sul bordo del letto ad osservare Sofia che piange incessantemente.

Poi mi alzo, faccio qualche passo indietro e osservo la situazione da un paio di metri di distanza.
Ecco ci sono!!!
Mi avvicino a lei, la guardo negli occhi arrossati dal pianto e della stanchezza. Ci guardiamo. Lei mi sente, così come io sento lei. Prendo in braccio lei e due Hello Kitty che stringe tra le braccia e non vuole lasciare. La tengo stratta tra le braccia, un avambraccio sotto il sedere per sorreggerla e una mano aperta, dietro la sua schiena, per farle sentire il contatto e per tenerla vicino al mio petto. Delicatamente la invito a poggiare la sua testa sulla mia spalla destra. Finalmente, dopo aver sistemato le due Hello Kitty, trova la posizione. Piange ancora, ma sento che qualcosa si è ammorbidito. Cammino lentamente per la stanza, ripetendo mentalmente “adesso passa, adesso passa”. Sembra funzionare. Respiro lentamente e sonoramente, cosicché lei possa sentire il mio respiro. Percepisco che la sua tensione sta calando. La coccolo sulla schiena lentamente, tenendola sempre stretta al mio petto. Respiro.

Porto l'attenzione sulle mie sensazioni, perché così riesco a sentire con più chiarezza anche lei. Il pianto perde intensità e potenza. Sembra che l'onda stia passando. Mi siedo sul letto, stringendola al petto. Ancora qualche singhiozzo. E' un buon segno, significa che sta scaricando le ultime tensioni. Ora il suono che si percepisce più chiaramente è il suo “tirar su con il naso”. Soffiamo il naso. Beve un po' d'acqua. E' stanca, ma più rilassata. Dopo qualche minuto la adagio vicino sua madre che è stata sempre attenta e silenziosa. Non fa a tempo a toccare il cuscino che già dorme. Finalmente!!!

Avendo in corpo ancora un po' di eccitazione nervosa, mi fermo qualche istante a riflettere. Cosa ho fatto? O meglio come ho fatto a sostenere Sofia lungo questi intensi momenti?
Ho fatto la cosa più semplice di tutte: l'ho presa in braccio per farle sentire calore e contenimento. Veramente semplice. Non ho applicato alcuna teoria, non ho messo in atto comportamenti ragionati o letti su qualche libro di pedagogia. Ho fatto la cosa più naturale e più semplice di tutte. L'ho stretta tra le mie braccia per farle sentire che non era sola, che poteva abbandonarsi con fiducia perché qualunque cosa stesse provando, io ero accanto a lei.

E' bastato prendere le distanze da tutti i pensieri e ascoltare il mio corpo per “trovare” questa brillante soluzione. Sono certo che se riuscissi ad ascoltare il mio corpo con più chiarezza sarei in grado di relazionarmi molto meglio con il mondo circostante, trovando sempre le risposte migliori, per me e anche per Sofia, finché sarà necessario.

 

Matteo Manzini
Insegnante di Rebirthing e Meditazione
www.ilrebirthing.it Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
347-8702112 Riceve a Milano e Varese

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