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Martedì, 02 Ottobre 2012 05:52

Sono un bambino... non un piccolo uomo

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La nostra vacanza di fine estate inizia con una sosta presso un agriturismo carsico, un posto spartano ma accogliente, dove servono piatti semplici e preparati con cura.
Quando ci accomodiamo al nostro tavolo, di fronte a noi fa subito capolino Aurora, una bimba biondissima di due anni e mezzo dai modi garbati e dall’abbigliamento impeccabile. Noto subito che indossa tutto “tono su tono”: giacchina cremisi, maglioncino rosso a quadrettini bianchi, leggings bianchi, anche i suoi capelli, sui quali troneggia una forcina dello stesso motivo del maglioncino, sembrano appena usciti da un salone di bellezza, tanto sono cotonati e perfetti.

Trascorriamo il pranzo cercando di arginare nostro figlio che si muove in continuazione e che lancia oggetti in tutte le direzioni ed ascoltando Aurora che ci racconta di sé. Ad un certo punto Andrea, stanco di stare seduto a tavola, si sistema per terra, tra i tavoli, estraendo dalla borsa dei giochi camion e libretti. Aurora ne è subito attratta ed, entusiasta, si unisce a lui, tra il divertimento dei clienti e l’indifferenza della mamma intenta a conversare. Noi lo lasciamo fare, assaporando finalmente un po’ di tranquillità e di pace e ci accontentiamo di tenerlo d’occhio da lontano. 

Solo dopo un bel po’ la mamma si accorge che la piccola è seduta per terra e la rimprovera; così la bimba, in modo serio ed ubbidiente, sentenzia al suo compagno di giochi, che non si può giocare per terra e che si metterà accovacciata senza appoggiare le gambe per non sporcarsi. Andrea, guardandola di traverso, sfoggia il suo solito sguardo interrogativo-innocente-divertito e continua imperterrito a sfogliare le pagine del suo libretto.

A me vien subito da sorridere ascoltando le parole della piccola proclamate con tono così ubbidiente e perentorio, però subito dopo mi rammarico nel constatare, una volta di più, quanto noi adulti siamo irrispettosi del bisogno dei nostri figli di sperimentare e sperimentarsi stando a terra, sporcandosi, giocando senza costrizioni. Il bisogno che hanno di essere trattati come bambini e non come piccoli adulti preoccupati degli accessori e della griffe e la necessità che vivono di indossare indumenti semplici e comodi, adatti per muoversi, correre e saltare in piena libertà; noi invece, per appagare il nostro ego, li vogliamo impettiti e tirati a lustro.

Cosa c’è invece di più naturale del giocare standosene bellamente seduti a terra? Cosa esiste di più bello di sporcarsi con i sassi o con la terra? E ancora cosa c’è di più divertente nel mangiare il cibo con le mani o il gelato in autonomia, magari sbrodolandoselo sulla maglietta o sui pantaloncini? Tutto questo oltre ad essere divertente e gratificante, soddisfa una necessità primaria, la necessità di esplorazione e di manipolazione attivata dal canale percettivo-tattile, che è il senso più sviluppato nei bambini. Purtroppo molto spesso noi adulti blocchiamo questa innata curiosità perché siamo eccessivamente preoccupati che si sporchino o che rovinino l’abbigliamento nuovo, firmato e sempre troppo bianco o lindo. Noi adulti non riusciamo a metterci all’altezza dei bambini e non comprendiamo che stanno fermi o seduti per tanto tempo, che non si mantengono puliti o in ordine non perché sono cattivi o maleducati ma fondamentalmente perché ciò fa parte della loro natura e del loro modo di essere.

Se riuscissimo a prestare attenzione alla loro naturale inclinazione forse, verrebbe voglia pure a noi, di badare un po’ meno all’etichetta e di lasciarci più andare, ritrovando quell’animo bambino sopito, ma ancora bramoso di trovare spazio ed energia. Perché questa nostra società dell’apparenza, dove i bambini-bambole fanno mostra di sé nelle riviste patinate, ci ha portati a dare valore solo al possedere ed allo sfoggiare oggetti, a vestirci con abiti griffati alla moda; lasciandoci però vuoti e bramosi di qualcosa di più profondo e duraturo.

Spetta a noi non far passare ai nostri figli il messaggio che “valgo per quello che possiedo” ma che il mio valore è ben altra cosa, è l’essere una persona, un essere umano unico e irripetibile. Ed è per questo che mi rattristo ancora di più quando la piccola Aurora mi fa notare, tutta orgogliosa, che le ha le scarpe nuove e che gliele ha acquistate papà, io le rispondo che invece le scarpe di Andrea non sono nuove ma usate: erano infatti di un altro bimbo che ora è cresciuto e che gliele ha regalate.
Così in questo periodo di crisi e di difficoltà economica, dove alcuni capi per i bimbi arrivano a costare cifre esosissime, cosa c’è di più utile di aiutarsi a vicenda scambiandosi o regalandosi i capi dismessi? Tra l’altro molte volte usati pochissimo, per risparmiare sì, ma anche per insegnare ai nostri figli il valore del riutilizzo e quello dell’aiuto reciproco e per puntare sul valore dell’aiuto e dello scambio, sulla decrescita materiale ma soprattutto sulla crescita umana ed interiore.


Annalisa Gaspari
Mamma e Pedagogista Clinico
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