Con piacere ospitiamo il racconto di Monia Scarpelli, mamma e autrice di Mani di vaniglia. In questo articolo ci immergiamo nel suo corso preparto, nelle prime mpressioni, nelle paure, nei dubbi di chi sta per diventare mamma.

 

Il corso preparto inizia

Intanto la domanda è: preparto... perchè anticipa una partenza? Parto?! E dove vado? Ma più che altro: dove arrivo?

Attraverso una fitta rete di corridoi dal pavimento azzurro e le pareti bianche. Dietro un'ultima curva trovo la stanza che cercavo dove si accalcano già un gruppetto di “pancione” come me. Compiliamo una scheda, ci presentiamo e poi, una volta tolte le scarpe e infilati i calzini antiscivolo (un po' quello che avrei fatto fare a mio figlio il primo giorno di nido insomma!), ci spostiamo tutte nella sala che accoglierà i nostri incontri fino allo scadere, o quasi, dei nove mesi.

Sembriamo una piccola distesa di leoni di mare spiaggiati e ci osserviamo con curiosità: il primo, vero incontro di gruppo con altri simili!
Un'ostetrica dall'aria rassicurante e solare ci spiega in cosa consisteranno queste riunioni tra mammiferi in avanzato stato riproduttivo e tutto quanto sembra facile. Alla parte pratica, che si svolgerà qui ogni santo lunedì, si accompagnerà una parte “teorica”, molto più interessante di quella seguita per prendere la patente, a cui potrà partecipare anche l'altra metà del cielo, ossia i papà.

Come in ogni impegno della mia vita che si rispetti, ho con me taccuino e penna. L'ostetrica li prende subito di mira e sorride:
“E quelli a cosa ti servono?”
“Per prendere appunti, no?”
L'ostetrica continua a sorridere. Questo complesso da prima della classe direi che è l'ora di togliermelo di dosso!
“Non ti serviranno a niente, ma se ti serve per acquistare sicurezza...”
Sottotitolo: secchiona!
Quanto aveva ragione la mia ostetrica dagli occhi sinceri; mai avrei riguardato quegli appunti – che, in ogni caso, ho accumulato diligentemente – e comunque non mi sarebbero serviti a niente. Non serve sicurezza, non serve preparazione; se, come diceva mio nonno, “tutti quelli che c'è al mondo li ha fatti una donna” saremo ben capaci di farlo no?!

 

Il dolore nel parto

Alla seconda lezione – continuavo a chiamarle così, anche se l'ostetrica si arrabbiava un po', continuando a definirli incontri – eravamo già distese e rilassate. Il primo passo era fatto, avevamo fatto conoscenza e ci eravamo osservate la pancia le une le altre; quello che non sapevo è che, una volta fatto il primo passo, data la nostra sembianza semisferica, proseguire voleva dire... rotolare a folle velocità verso un punto di arrivo imprecisato.

Una signora cubana dalla pelle color del rhum ci metteva in guardia, a modo suo – come se avessimo potuto difenderci poi!- dai dolori del parto:
“Non state a sentire chi vi dice che non si sente dolore. Io ho fatto il primo figlio sedici anni fa' e ancora mi ricordo. Mi sembrava di dividermi in due, ho urlato...” Per fortuna lì è arrivata la solita provvidenziale ostetrica, per evitare che si scandagliassero maggiormente altri dettagli e soprattutto per  soccorrere una di noi primipare alle soglie dello svenimento. La ragazza in questione aveva fatto il suo ingresso al corso preparto con una parola d'ordine: epidurale! E credo che il racconto della nostra comune amica, seppure interrotto, non avesse altro che rafforzato la sua convinzione:
“Io ho una soglia del dolore bassissima... non ce la posso fare. Voglio l'epidurale subito!”
La immaginavo con la prima contrazione che minacciava l'infermiere di turno per avere immediatamente l'iniezione.
Io, in realtà, ho avuto qualche magagna a cui porre rimedio in gravidanza, ma mai, nemmeno una volta, ho pensato al dolore che avrei provato nel partorire. Beata incoscienza? Ma, non saprei, proprio incosciente non lo ero e soprattutto, difficile far finta di niente quando non hai più bisogno del reggiseno perchè è la pancia che ti fa da balconcino. Alta soglia del dolore? Sì, abbastanza vero, ma non sufficiente. E allora? E allora, non lo so. Fatto sta che ascoltavo racconti su urla di dolore e tessuti che si lacerano, paura di morire e di non essere abbastanza forti, punture, flebo e bisturi ed io, forse per la prima volta in vita mia, SAPEVO che sarei stata in grado. Come lo sapevo? La convinzione e la serenità non dovevano passare attraverso i filtri che superano solitamente: inadeguatezza, insicurezze, complessi. Tutto veniva da dentro, da profondità che non conoscevo ma che iniziavo a riconoscere come mie.

 

La psicologa

Aveva sì e no vent'anni. Via, forse esagero... ventitrè? No, non poteva averne di più! Eppure faceva praticantato come psicologa d'appoggio al nostro corso pre-parto.

Da tempo leggevo di depressione post-parto, di blue days, di giornate di crisi nera che investono le neo mamme come i cavalloni che sommergono d'inverno gli scogli in mezzo al mare. E ci credevo: un cambiamento così grande non può essere indolore.

Una volta rimasta incinta e trascorsi diversi mesi, la convinzione si era rafforzata; non solo succede perchè il cambiamento è grande, ma succede perchè il nostro universo interiore subisce un piccolo – piccolo un cavolo! - Big Bang. Gli ormoni fanno il trenino come ubriachi a mezzanotte nelle feste di capodanno più kitch, la tua idea di te stessa, qualunque fosse stata, è rivoluzionata. Forse mi sono salvata un po' perchè la mia autostima era già piuttosto bassa (come il resto di me dopotutto...) e non poteva scendere granchè, ma ricordo che mi sentivo sexy come una cozza ricoperta di mucillaggine subito dopo il parto! Cambiano le tue responsabilità, la tua scala di priorità, cambiano quello che gli altri si aspettano o sembrano aspettarsi da te; il tuo corpo è diverso e anche il rapporto col tuo compagno e, in tutto ciò, il tuo fisico passa da due fasi inevitabili: quella barbapapà e poi quella aspic/budino. Anche se devo ammettere che io mi sentivo bellissima durante la gravidanza, finalmente la pancia era giustificata e meravigliosamente al suo posto! E questo chiarisce anche un bel po' quanto sono strana...
Comunque, anche per questo ma soprattutto per ragioni sicuramente più sensate di quelle che ho elencato, il corso pre-parto prevedeva un sostegno psicologico prima, durante e dopo. Tutto iniziava con quel colloquio, che, se messo in fila con i colloqui di lavoro che avevo sostenuto nella mia giovane vita, risultava essere almeno il centocinquantesimo, ma che mi appariva come e peggio del primo.
“E come se lo immagina?”
“Mah... credo come tutte le mamme: che mi sorride e gioca con me”
“Lei pensa che tutte le mamme s'immaginino così?”
“Sì... no?!”
In quel momento ho capito alcuni concetti fondamentali, che mi sono stato utili in ogni momento della mia breve carriera di mamma: la risposta giusta non esiste; segui l'istinto e farai bene nella stragrande maggioranza dei casi; non dare per scontato che quello che provi sia condivisibile con gli altri e, ultimo ma non meno importante, non dare per scontato quello che senti: potrebbe essere speciale e magico, perchè forse anche tu sei un po' speciale e magica.

 

Come non sei

Rotolarsi sui tappetini blu della sala del corso pre-parto non è stato sempre e solo piacevole.

Non parlo delle paure che insorgono piano, come prime scosse di un furibondo terremoto, ma soprattutto del fatto che vieni a contatto con vite e realtà che non ti appartengono e sulle quali non sai che pensare.

Per mia natura, sono una che “compone”: sono sempre stata un collante, una delle bambine che a scuola andavano d'accordo con tutti e che cercavano di comprendere tutto. Non giustificavo a tutti i costi: i miei genitori mi hanno insegnato a distinguere con chiarezza il bene e il male, infondendomi quelli che ritenevano essere i valori più giusti (e molti dovevano esserlo davvero se resistono così saldamente anche adesso nella mia vita); però “comprendevo”, mi sforzavo di capire e riuscivo a vedere una ragione dove molti non la scorgevano.
Mio figlio mi ha insegnato ad avere più coraggio, ad essere più vera, ad accettare meno compromessi: capire va bene, ma, col tempo, dare una motivazione può voler dire fornire un alibi.
Sono stata seduta composta su quei tappetini, ho ascoltato e ho fatto sedimentare tutto dentro di me; solo che dentro di me, stavolta, c'era anche lui. 
Il giorno in cui due di quelle che sarebbero diventate madri come me hanno avuto uno scambio di opinioni oltre i confini dei miei valori, mio figlio ha fatto a cazzotti col mio stomaco e io ho vomitato fuori il mio dissenso.
Non ha molta importanza riportare qui le parole che mi hanno fatto reagire, perchè non sono state quelle parole a scatenare la reazione; avevo assistito altre volte a discussioni sulle quali non ero minimamente d'accordo. E non conta nemmeno se fossi nel giusto io oppure loro (chi sono io, in fondo, per giudicare?). Quello che conta è quello che continua ad essere significativo adesso: una mamma dà vita ad un miracolo in carne ed ossa e se approfondisce quel miracolo, scavando, domandandosi, lasciando aperte le porte dentro se', può farne parte anche e soprattutto per se stessa.
Quel che conta è ciò che mio figlio mi ha spinto ad ascoltare e quello che mi sta spingendo a diventare: davvero me, io al cento per cento.

 

di Monia Scarpelli, autrice di “Mani di vaniglia: nascita di una mamma in 40 settimane

Comportamenti violenti e adolescenti... che consapevolezza c'è dietro questi gesti?

La violenza calcistica si descrive quale atto di vandalismo e di aggressione contro persone che appartengono alla squadra avversaria, in occasione degli incontri di calcio.
Questo fenomeno aggressivo alcuni sociologi l’hanno spiegato in senso socio culturale: i gruppi di tifosi violenti che rivendicano le curve (dei campi di calcio) come territori propri apparterrebbero a categorie sociali svantaggiate, vivendo quindi in condizioni di disagio e marginalità sociale.

Nel parlare comune spesso trovano posto le parolacce usate per rafforzare le nostre espressioni. Gli adulti dovrebbero aver acquisito la percezione del turpiloquio, ed in base a questa consapevolezza impiegare il linguaggio colorito solo in alcune circostanze (informali, con gli amici etc…), ma non dovrebbero diventare una componente normale del linguaggio. Di questo viene da dubitare alla luce di alcuni programmi in tv o addirittura nell’uso frequente in campo politico.

Nell’adolescente la parolaccia permette una immediata espressione di sé e dei propri sentimenti, ostentando pubblicamente la pro­pria interiorità. Per qualche parolaccia non ci si può scandalizzare, ben diverso se l’adolescente si esprime unicamente con esse o con oscenità. L’uso che ne fanno non è additabile unicamente ad un minor rigore sociale (scuola, famiglia, Chiesa) che perde questa sua funzione di arginare la volgarità, ma ad una profonda insicurezza nei rapporti con gli altri.

Riporterò le parole di una mamma che denuncia la propria disperazione per suo figlio adolescente caduto in coma. Una mamma che non si rassegna a chiedere alla sanità di “guardare” suo figlio e di riporre in lui tutte le risorse disponibili per un’esistenza dignitosa, anche se la sua immobilità e il suo silenzio schiaffeggiano quotidianamente le proprie speranze.
A questi familiari va tutto il mio affetto e la mia stima per il tanto lottare e per la tenacia che li rende compostamente fermi accanto ai loro cari e così caparbi nel conservare un’immagine del proprio caro non come ramo spoglio,  ma come adornato da  fiori di pesco. Ascoltiamo il suo messaggio...

L'impatto con la scuola media non è banale per i ragazzi, la nostra psicologa Luisa Marchionni suggerisce quale sia l'atteggiamento migliore per genitori e insegnanti... forse in una parola, come sempre "l'ascolto".

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In famiglia arrivano le valutazioni degli insegnanti: “intelligente ma svogliato, poco adatto alla materie scientifiche etc…”
La scuola non rappresenta per l’adolescente solo il luogo dove apprendere nuove competenze, ma è anche uno spazio di incontro con i coetanei ed adulti significativi, come gli insegnanti. L’adolescente abituato alla relazione accudente ed accettante delle scuole elementari si sentirà disarmato di fronte alla necessaria competitività e disciplina della scuola media.

 L’immagine che ognuno ha di sé prende forma lentamente in base alle risposte che riceviamo dagli altri: scopriamo così come gli altri ci vedono e cosa si attendono da noi. 

Sembra quindi che per sapere chi e come siamo dobbiamo chiederlo agli altri.

In adolescenza la costruzione di una propria immagine sembra essere una questione fondamentale. Se nell’infanzia contano soprattutto i giudizi dei genitori, in adolescenza diventano determinanti quelli dei coetanei o comunque del mondo esterno alla famiglia.

Adolescenti e genitori, un conflitto spesso costante e il rincorrersi di sensi di colpa e di inadeguatezza. Ecco il punto di vista della nostra psicologa.

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Anche nelle “migliori famiglie” si assiste a contrasti generazionali, con figli insofferenti e rivendicativi nei confronti di genitori nostalgici che ricercano il bambino nell’ormai figlio adolescente.

Oggi la nostra psicologa affronta il tema degli adolescenti e della dipendenza o dell'uso di sostanze stupefacenti...

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Alcuni genitori sensibili ed affettivamente vicini alle fragilità dei propri figli si interrogano ansiosamente su come aiutarli a non cadere o ricadere nella rete delle dipendenze: “sarà capace di rifiutare quella porcheria?” “riuscirà a stare lontano dai compagni con i quali ha cominciato?”; “perché non hanno inventato un antidoto che renda insopportabile tale sostanza?”.

Essere genitori di un adolescente oltre a comportare un quotidiano lavoro su di sé,  espone a possibili crisi interiori. Da oggi su Genitori Channel attiviamo uno spazio (virtuale), curato da Luisa Marchionni, psicologa ed esperta di temi legati all'infanzia e all'adolescenza, pensato per tutti coloro che si confrontano con il mondo degli adolescenti (genitori, ma anche nonni o insegnanti, questi ultimi figure fondamentali per un riconoscimento affettivo, “meno dovuto” rispetto ai genitori, ma anche regolatori dei profondi cambiamenti che investono i ragazzi e che spesso "sconvolgono" gli adulti).


Lui ha quella mensola da fissare da una settimana, lei potrebbe anche evitare di organizzare perfino il pomeriggio del sabato, il bimbo ha scambiato la notte col giorno, il grande sta sempre su FB, e poi c'è la suocera che fa la telefonata di troppo… Le ragioni per uscire dai gangheri sono sempre troppe!


In fondo il fair play è una qualità fondamentale nella vita di famiglia, proprio come nel codice tra gentiluomini, perché sono infinite e quotidiane le ragioni per cui la lealtà, l'ascolto, il rispetto delle 'regole del gioco' e degli spazi (materiali o emotivi) dei propri cari, possano venire messe in discussione.

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