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Venerdì, 22 Marzo 2013 08:51

Neonato ad alto bisogno... che fare?

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Sono la mamma di un bambino, che è stato un neonato ad alto bisogno. Avevo letto tanto di questi “neonati ad alto bisogno”, ma prima di esserci passata non realizzavo quanto potesse essere stressante ed impegnativo il loro accudimento. E, riflettendo, credo che la cosa più stressante ed impegnativa sia la costante mancanza di un feed back positivo su cui poggiare la propria autostima di madre.

Chi sono i neonati "alto bisogno"

I neonai ad alto bisogno sono soprattutto bimbi fragili.
Piangono pressochè di continuo (ma non sono le coliche),
dormono poco,
anche crescendo chiedono la mamma sempre - ma non è detto che la mamma li consoli, anzi, piangono inconsolabilmente anche quando li prendi in braccio.

...almeno questo era il mio neonato ad alto bisogno.

Bambini ad alto bisogno e il nostro senso di fallimento

Io la vedo così: davanti ad una situazione, anche oggettivamente difficile, se la madre percepisce che il proprio sforzo sta andando a buon fine, che sta realmente aiutando il proprio bambino ed agendo in modo corretto, la fatica si sente lo stesso ma innesca un circolo virtuoso fatto anche di gratificazione, di positiva immagine di sé (anche di se stessa affaticata), di motivazione.
Ma una delle difficoltà dell’accudire un bambino ad alto bisogno è che, per quanto la madre si prodighi nel coccolare, allattare a richiesta, dormire accanto al bambino di notte e portarlo in braccio di giorno, potrebbe non riuscire a vedere immediatamente un sollievo nel proprio piccolo, e riportare da questo la frustrante sensazione di non riuscire a stabilire un contatto ed un rapporto, di sbagliare tutto, di danneggiare addirittura il bambino con atteggiamenti scorretti (perché se il bimbo non riesce a smettere di piangere, ad addormentarsi quieto, la percezione è quella di un malessere di cui giustamente la mamma cerca le cause a 360 gradi).

Questa era la mia situazione: mio figlio è nato piccolo (ma non patologico), dopo una gravidanza difficile e purtroppo per lui in una difficile congiuntura famigliare, sin dalla sua prima ora di vita è stato un neonato irrequieto, ipersensibile al tatto, con pochissime ore di sonno (lo so che lo dicono tutti, ma davvero pochissime. A 12 mesi, arrivava a dormire si e no 6 ore al giorno, non continuative. Un evidente disturbo che non sono stata lucida abbastanza da presentare al medico, anche perché temevo mi proponesse goccine che non volevo dargli).

Niente sembrava andare bene. Niente tranne l’allattamento, il piccolo mangiava per ore e ore in effetti cresceva velocemente.

Non mi pesava che il bambino volesse sempre stare in braccio: ho sempre pensato che quello fosse il posto dei neonati. Ma mi pesava che, per quanto costantemente il braccio e lunghissimamente al seno, continuasse a piangere disperatamente e divincolarsi dal mio abbraccio non appena aveva “la bocca libera”. Era tranquillo solo quando poppava , tutto il resto era un disastro, ed io ero ogni giorno più insicura.

Ecco, tutto questo per dire che la più grande difficoltà, credo, per una mamma con un bimbo ad alto bisogno sia che, nonostante si prodighi in sforzi, non ne ottiene facilmente una ricompensa ed una rassicurazione: non subito.

Perchè sono ad alto bisogno

Per quanto dicevo sopra diventa importante capire perché certi neonati sono così.

  • La maturazione del sistema nervoso centrale: questa è la chiave.
  • Ma anche la sensibilità a livello dell’epidermide: sembra strano, ma ciò che può apparire un contatto lieve, può essere uno strofinare di carta vetrata per un bambino ipersensibile.
  • Il contatto con l’acqua tiepida lo può disturbare, può essere doloroso (purtroppo sì, anche il magico momento del bagnetto era un incubo, credo soprattutto per lui).
  • Il bambino può avere difficoltà di regolazione termica, sentire freddo o caldo anche in modo non automaticamente simile al nostro.
  • Può avere difficoltà di integrazione sensoriale, ovvero non riuscire a costruire un’immagine affidabile del mondo circostante perché percepisce dai vari sensi una realtà scoordinata e non concomitante.
  • E ovviamente, ha difficoltà nella regolazione delle proprie emozioni (la progressiva capacità di attendere, provare l’alternanza di desiderio e gratificazione).
  • Infine, ho capito che l’emozione dominante per un bambino ipersensibile può essere la PAURA.

Sono emozioni distruttive, che purtroppo possono influire a livello psicologico, possono lasciare strascichi. Nel mio caso, è amaro dire che qualche strascico questa primissima infanzia così difficile l’ha lasciato.

A 4 anni compiuti, nonostante enormi progressi, mio figlio fa fatica a comunicare, è inesperto del mondo perché ha cominciato ad esplorarlo solo quando (per fortuna non troppo tardi, verso i 2 anni) ha preso ad essere un bambino contento.

La sua ipersensibilità è rientrata parzialmente, per fortuna, e ha iniziato ad imparare e progredire da quando sua mamma è riuscita a capire alcune cose e a strutturare di più i suo ambiente e la sua giornata, fornirgli dei limiti di cui aveva bisogno per arginare la sua disgregazione.

Bambini ad alto bisogno e la fascia porta-bebè

Ora so che avrei fatto bene ad usare la fascia portabebè lunga. Il mio bimbo aveva bisogno di provare, per più tempo, la protezione del grembo. La fascia contiene e mima la pressione dei tessuti uterini, dà una forma all’esperienza dello spazio circostante, limita la disgregazione e i disorientamento fisico, aiuta la regolazione termica.
La pressione sul bambino (in fascia il bambino va legato “stretto”), il contatto ”tonico” con il corpo materno e i suoi movimenti aiutano enormemente la maturazione a livello di sistema nervoso centrale.
Il mio piccolo era ipotonico: non è una questione di muscoli, è una questione di sistema nervoso. 

La cute e la sua sollecitazione attraverso la pressione è fondamentale per calmare la tensione: lo sperimentiamo quando un abbraccio stretto ci placa. La pressione ed il dondolio, applicati sincronicamente, aiutano i bambini con problematiche di integrazione sensoriale ad armonizzare la loro percezione del mondo esterno.
Mio figlio sembrava soffrire nella fascia, io non ho avuto il cuore e la consapevolezza di insistere. Lo tenevo in braccio, sempre, ma purtroppo le braccia materne non potevano dare l’effetto compressivo della fascia.
Avrei dovuto farmi aiutare, specie quando la mia stanchezza e frustrazione ha cominciato a montare e il mio abbraccio esprimeva più rassegnazione e rabbia repressa che emozioni positive (perchè purtroppo capita).

Oggi scrivo perché forse queste righe possono aiutare qualche altra mamma. Non è facile capire che cosa non va fino a quando non comprendiamo che cosa c’è dietro "l’alto bisogno”. Non ci sono capricci, c’è profondo disagio fisico (ove in un neonato disagio fisico vuole dire “disagio esistenziale”, perché non esiste una barriera tra fisico e psicologico, ma il disagio riguarda ogni particella del suo essere), e la paura derivata da percezioni sensoriale distorte e violente.
Posso forse paragonarla alla perdita della vista (il senso con cui ci orientiamo prevalentemente) per un adulto. Tutto ciò che orientava il bimbo nel grembo, ovvero il contenimento e i soffusi rumori della vita intrauterina, vengono sostituiti con sollecitazioni incomprensibili e violente.

L'allattamento e il bambino ad alto bisogno

E mi permetto di dire qualcos’altro. Io sono per l’allattamento materno, sempre e dovunque. ma dopo la mia dolorosa esperienza, l’ho “relativizzato”. Non perché non sia importante il seno. Ma perché la tetta è importante solo se associata alla testa.

Non mi piacciono più le foto, di vago sapore “femminista”, delle mamme che allattano lavorando, facendo altro. Io sono stata una mamma che lo ha fatto (“fuggivo” con la testa dalla mia esperienza difficile, e mi rassicuravo sul fatto che stavo facendo il mio dovere dando la tetta) e che ha notato troppo tardi che, nonostante l’accrescimento, l’allattamento non stava andando bene. Non perché il bimbo non poppasse bene, o che io avessi ragadi, o cosa. No: l’allattamento andava benissimo. Ma il bambino non comunicava affettivamente con me durante l’allattamento, era una mera consolazione meccanica.

Cercate di capirmi, non intendo dire che si può dare il seno solo guardando fissamente il bambino , per ore e ore! Sto dicendo che, nella promozione fotografica dell’allattamento, forse si sorvola che la parte più necessaria dell’allattamento è la relazione .

Nonostante alle volte mi sia mancata la dovuta attenzione (ero anche stanchissima), l'allattamento è fondamentale per questi bambini.
Il mio piccolo si divincolava dall'allbraccio se non quando poppava. Quindi se non lo avessi allattato forse gli sarebbe mancato il contatto fisico (fondamentale incoraggiare i pelle a pelle) che è necessario per un corretto sviluppo dei neonati.
Quindi, anche se può essere faticoso, il bambino ipersensibile va allattato.

Daniel Tammet, autistico, scrive che se lui è riuscito a convivere con la sua patologia e "vincerla" in qualche modo, lo deve alla cura enorme dei suoi genitori e, anche, al fatto che sua madre abbia scelto, nonostante l'enorme fatica, di allattarlo fino a 18 mesi. Gli ha così "imposto" un precoce contatto ravvicinato, dandogli così un imprinting che ha forse smorzato la drammaticità della sua condizione.

Se una mamma ha un bambino ad alto bisogno

Lo scopo di questa mia lettera è offrire ad altre mamme che possono trovarsi nella mia situazione qualche spunto. Se capiamo che cosa può provare il nostro piccolo, le origini del suo “alto bisogno” (che non sono strettamente mediche! Intendo dire, che non si risolvono con medicine) , possiamo aiutarlo enormemente:

strutturando lo spazio intorno a lui, rimpicciolendolo (con la fascia per portarlo, poi quando è più grandicello con spazi per giocare contenuti e strutturati, ritmi chiari e prevedibili, routines rassicuranti, stimoli luminosi e acustici calibrati),

possiamo aiutarlo con piccoli esercizi psicomotori e l’assistenza di una persona qualificata, possiamo fare per lui moltissimo.

Io mi rimprovero di non avere capito subito le sue difficoltà, ma è anche vero che i bambini ci sanno soprendere con le loro capacità di recupero e la nostra, ancorchè non ancora vinta, è stata una prova difficile ma che probabilmente, insieme, supereremo.

 

Questa è la condivisione di una mamma che pubblicando la sua esperienza desidera aiutare altre mamme che si trovino a vivere l'esperienza di un neonato ad alto bisogno.

 

immagine: Heather Williams

Barbara Siliquini

Da single impenitente, affamata di vita, girovaga del mondo, donna in carriera, sono diventata una mamma allattona, spesso alternativa e innamorata del grande universo della nascita dolce, dell'alto contatto, della vita consapevole. Così è nato GenitoriChannel, per condividere con tutti: i dubbi nell'essere genitori, le scoperte, l'idea del rispetto come primo valore della genitorialità, i trucchi per vivere il quotidiano con leggerezza e con consapevolezza.

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