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Giovedì, 17 Giugno 2010 08:04

La solitudine delle madri: perché non ripartire da qui.

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In questo periodo abbiamo sentito parlare di trattamento sanitario obbligatorio per le madri a rischio di depressione post partum, di un ministro donna che trova che tornare al lavoro sia un dovere, stare con i propri figli neonati un privilegio trascurabile, c'è il problema della società che invecchia perchè non si fanno più figli da un lato del mondo, mentre dal lato opposto ce ne sono troppi, c'e' chi incita a non fare piu' figli, e chi afferma che le madri siano schiavizzate dai figli scimpanzè e provino il desiderio di sfuggire ai figli, che

minacciano la loro identità e, a volte, la loro stessa sopravvivenza...

 

Le mamme vorrebbero fuggire dai bimbi, piu' o meno tutte, nelle culture occidentali. Le mamme, nel fare le mamme, nelle nostre societa' evolute, si trovano catapultate in un mondo vuoto: sole a casa, l'unico con cui scambiano una parola e' il fornaio: "mezzo kg grazie", tutto il resto del mondo corre, vive fuori casa, immerso nel lavoro, negli impegni, nella vita che corre. E tu, mamma, che sei a casa ad occuparti del bambino, sola, affaticata, senza dormire di notte, senza sapere chi e' il tuo vicino di casa, non hai neppure un'amica da chiamare per far due chiacchiere o bere un te. Sono tutte al lavoro, tutte impegnate. Ti devi armare di macchina e di santa pazienza per girare nei raduni che vengono fatti un po' qua un po' la' quando hai la fortuna di conoscerli. E a volte ti ritrovi in 3 mamme perche' non tutte sono brave come te ad organizzarsi (cioe' ad abbandonare la casa al caso, ad esempio), pur di stare in compagnia.

Questa realta' e' diventata cosi' negli ultimi 50 anni, forse 60. Prima la gente, nel bene e nel male, viveva molto di piu' la vita di comunità: il cortile, la cascina, il rione. Ricordo perfettamente le mie prozie sedute in una veranda sul fronte strada a fare l'uncinetto in compagnia di almeno 5-6 altre donne, e noi bambini che scorrazzavamo su e giu' per la via. Parliamo di un capoluogo di provincia del centro italia e di 30 anni fa. Questo lo facevano ormai le prozie, gia non piu' le mamme, ma il concetto e' quello.

In assenza di una comunita', in cui puoi continuare a fare la mamma, con il supporto sociale, amicale, di compagnia e anche di cura dei bambini, fare le mamme diventa molto piu' difficile. Aggiungi la completa assenza di riconoscimento del valore di cio' che fai, e l'idea che sei un peso sociale...

Il problema vero pero' e' che non bastano 50 anni per modificare la fisiologia, e vaglielo a spiegare ai bambini appena nati che a 3 mesi e' opportuno imparare la gratitudine per il nido, perche' la lista d'attesa e' lunga ed e' gia' abbastanza fortunato che ci e' entrato, e poi cosi' almeno puo' contare su una mamma produttiva e piu' serena...

Non c'e' dubbio che il lavoro di ufficio sia piu' semplice che accudire i figli, e' molto meno faticoso, molto piu' gratificato e considerato, ti lascia un sacco di spazi liberi. Ma nonostante tutto io di mamme che preferivano tornare a lavorare lasciando i bimbi di 3-4-5 mesi non ne ho conosciute molte.

C'è, da lavorare per cambiare le cose. Penso che i fronti su cui lavorare siano soprattutto 2: riqualificare l'importanza del ruolo materno per la societa'. Una madre che sta a casa ad accudire i figli deve avere lo stesso riconoscimento che ha un papa' che fa il dirigente in una grande multinazionale. Riconoscere ai bambini il diritto di avere le loro madri a casa ad occuparsi di loro per almeno i primi 3 anni di vita.

A questo ha poi senso affiancare tutti i servizi di supporto per sopperire alle carenze di cura create da un mondo produttivo ed efficientista che si e' sbarazzato della comunita', che relega i vecchi, i deboli, i meno agiati, facendo come quando si nasconde la povere sotto al tappeto.

Questa sarà utopia, ma non possiamo non partire da qui. I bambini sono il futuro del mondo, non sono solo i figli della madre che li ha partoriti.

Allora se tutti fossimo più responsabili dei figli di tutti forse il desiderio di fuggire (che pure esisterà sempre) non porterebbe a teorizzazioni ma a espressioni come quelle del maestro Accardo sul suo violino  "Ho avuto il dono raro e prezioso di fare una cosa che amavo per tutta la vita. Ma a volte avrei voluto tirarlo contro il muro, questo strumento tiranno".

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