Dermatite atopica e le cure termali

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La dermatite atopica, la malattia della pelle più diffusa tra i bambini. La miglior cura è l'idratazione.

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 Quando le regole sono chiare, aderirvi è più semplice.

Martedì, 22 Settembre 2015 00:00

Inserimento all'asilo: ma chi l'ha detto che devono piangere?

Bambina che piange Bambina che piange

Davanti al pianto per l'asilo è meglio scappare o esitare?

L'inserimento all'asilo è uno dei passaggi più ardui per il genitore moderno, soprattutto se il bambino non ha frequentato l'asilo nido (dicono...). Alcuni bambini lo affrontano senza problemi, ma per la maggior parte il distacco è difficile: possono esserci pianti e crisi talvolta disperate.

In questo periodo i blog dedicati ai genitori si riempiono di consigli su come affrontare il distacco, trucchi e consigli di mamme ed esperti per affrontare il momento il più possibile serenamente.
Molti di questi articoli sono di grande utilità, anche noi abbiamo messo a disposizione l'esperienza nostra di mamme e studiose dei temi: dai trucchi per il rientro a scuola al gioco per vivere meglio la preparazione del mattino.

Mi imbatto però spesso in articoli  che mi lasciano perplessa, per esempio oggi ho letto questo:

"Mai perdere la calma. Mai perdere di vista l’obiettivo principale: il benessere del bambino.
Mostrare fermezza e serenità anche davanti alle urla più forti, persino davanti a bimbi che si provocano il vomito. Difficile? Lo so.
Ai genitori consiglio di ripetere a se stessi, quasi fosse un mantra, che l’asilo esiste per il bene del bambino, è fondamentale per la sua crescita, per aiutarlo a comunicare con gli altri e a socializzare."

 Manuela Trinci, psicologa e psicoterapeuta su nostrofiglio.it

Confesso che leggendo queste indicazioni sono stata percorsa da un brivido.

Mi chiedo: siamo sicuri che diventare una specie di cyborg senza sentimenti che rimane impassibile davanti al proprio figlio che vomita dalla disperazione sia DAVVERO positivo per noi e per i nostri figli?

Riguardo ai bambini, siamo sicuri che esprimere il loro disagio con pianti e urla sia DAVVERO un modo di ricattarci?
Sì questa è una delle cose che trovo scritta altrettanto di frequente: "non cedete", "è un ricatto", "vi prende in giro": 
"I bambini (praticamente tutti, in un modo o nell'altro) per non fare allontanare mai più i loro genitori, arrivano a farsi vedere al colmo della disperazione..." - Paola Marchionne su educare.it

Una delle competenze importanti di un genitore non è forse quella dell'osservazione e dell'ascolto dei propri figli?
Se parto dal presupposto che mio figlio mi stia coinvolgendo in una lotta di potere dalla quale io devo uscire vittoriosa e che addirittura arrivi a "farsi vedere" disperato o vomitare di proposito, la mia capacità di osservazione e di ascolto dei possibili disagi di mio figlio non potrebbe diminuire al punto da non accorgermi quando starà vivendo situazioni di reale disagio?
E non mi riferisco qui a quegli asili resi tristemente famosi dalle cronache ma ad un'accezione molto più ampia di disagio a breve e lungo termine.

Infine, l'anatema lanciato direttamente ai genitori:

" Rinunciare alla scuola materna è un errore.
Spesso è frutto di un patologico egoismo dei genitori. Il bambino di 6 anni che non ha mai vissuto in comunità sarà più timido, introverso, non riuscirà a legare con i compagni, rimarrà spesso spettatore dei loro giochi o addirittura vittima della loro aggressività.
È un errore anche ritardare l'inserimento al 4° o al 5° anno di età. In genere l'elemento nuovo incontra difficoltà a essere accettato da un gruppo ormai consolidato "

di Giuseppe Ferrari su doctissimo.it

Quindi in sostanza, se hai fortuna tuo figlio farà parte di quella piccolissima minoranza di bambini che non ha problemi ad andare alla scuola materna, che al limite ti farà qualche giorno di broncio, un paio di lacrimucce e via, dal 3° giorno correrà incontro a maestre e compagni e tu ti sentirai fiera di lui e di te stessa.
Se invece tuo figlio piange, si dispera, urla e vomita...sii serena e determinata, salutalo con coraggio perchè è per il suo bene (dove l'ho già sentita questa frase? AH sì ora ricordo, la dicevano i nostri nonni prima di picchiare i figli con la cinghia...ma era per il loro bene!)

Io forse sbaglio, ma ho sposato l'altra fazione, quella di Gonzales e di Neufeld, autori di libri bellissimi in cui il focus è messo sulla relazione tra il bambino e il genitore, le cui basi iniziano in gravidanza e che deve essere costantemente alimentata di amore, ascolto, attenzione, presenza.
Una relazione che evolve insieme alla crescita del bambino (e del genitore), che a volte inciampa e ruzzola ma il cui obiettivo è sempre l'armonia.

Come posso creare una relazione armoniosa con mia figlia e poi abbandonarla nella disperazione totale, guardarla vomitare dallo sforzo del pianto e poi semplicemente girare i tacchi e andarmene?

Nel periodo in cui sono nata io i neonati venivano presi dai piedi e ribaltati a testa in giù, spesso anche sculacciati. Si pensava che il pianto fosse il modo normale dei bambini di reagire alla nascita, era talmente normale che se un bambino tardava a piangere disperatamente qualcuno lo sculacciava nuovamente. Ora sappiamo che il pianto è l'unico modo che ha un neonato di esprimere un bisogno o un disagio, sappiamo che la nascita può essere dolce e rispettosa e che i bambini possono nascere sereni senza pianto se le condizioni sono favorevoli, se sono al caldo e accolti nella penonmbra e nel silenzio, se vengono tenuti tra le braccia accoccolati, se cioè il passaggio tra la vita intrauterina e la diversissima vita extrauterina è graduale e gli permette di sentirsi comunque al sicuro

Quello che spero è che un giorno questa frase, che oggi mi fa sorridere amaramente perché troppo spesso disattesa, diventi realtà:

"Al  giorno d’oggi, nidi e scuole d’infanzia hanno ormai acquisito modalità di inserimento corrette e graduali e gli educatori sono attenti a fornire ai genitori tutte le informazioni per gestire al meglio il periodo in cui il piccolo inizierà a frequentare il nuovo ambiente, all’inizio con la presenza di un genitore (o di un’altra figura di riferimento) e poi da solo."
di Dott.ssa Caterina Steri, Psicologa-Psicoterapeuta

 E voi cosa ne pensate? Vi sembra che il pianto a scuola sia da archiviare tra i capricci da ignorare o avete messo a punto qualche modalità che vi pare funzioni bene per consolare i vostri piccoli?

di Barbara Lamhita Motolese

 

Immnagine: Portrait of a little girl on Shutterstock

Barbara Lamhita Motolese

Amo l'innovazione in tutti i campi, e come mamma mi sono scoperta innovativa facendo scelte del passato!
Vivere la mia genitorialità ricercando la coerenza con il mio sentire e con il mio pensiero, mi ha portato a esperienze poco comuni e molto felici: il parto in casa, il co-sleeping, il babywearing, e l'homeschooling... per citarne alcune.
Sono un'appassionata custode della nascita e una meditatrice assidua.
Ho dato vita a GenitoriChannel.it per coniugare la mia passione dei temi genitoriali con quella per il web.

Sito web: www.genitorichannel.it

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Commenti   

+1 # Alexandra 2015-09-22 09:17
Cosa ne penso? che quando un bambino piange lo prendi in braccio. Accogli il suo pianto, lo culli - si, anche quando è "grande". Lo carichi di amore forte forte per tutto il giorno. Mostrarsi sereni non è mostrarsi insensibili.
Fuori dalla classe della mia bimba, la maestra ha appeso questo cartellino: "è normale che un bambino pianga, ha bisogno di scaricare la tensione che gli genera la separazione. Più accetterete il suo pianto, meno piangerà". E proponeva diversi libri per bambini da leggere insieme per metabolizzare questo duro momento.
Ovviamente è diversa la tensione dalla disperazione, un genitore che conosce bene suo figlio percepirà questa differenza, e cercherà di capire perché si dispera. A volte è proprio il messaggio "è giusto e buono separarti da mamma" che fa questo effetto, per la sua astrazione e sentenziosità, quando invece un semplice ed onesto "tu vai a scuola, io vado a lavorare, così va il mondo, dobbiamo, ti penserò tutto il giorno e correrò più veloce che posso per ritrovarti" viene capito meglio.
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0 # Francesca 2015-09-22 20:02
Grazie per questo articolo, mi è piaciuto molto leggerlo. Dimostra che non c'è mai una ricetta uguale per tutti quando si tratta di emozioni e sentimenti.
Faccio l'insegnante in una scuola all'estero. Secondo il sistema britannico, nella scuola dell'infanzia le classi sono composte da bambini dello stesso anno. Vale a dire che noi maestre ci ritroviamo il primo giorno di scuola con 20-25 bambini della stessa età. A tre anni, separarsi dai genitori per tante ore (la giornata scolastica va dalle 7.30 alle 3)è un vero trauma. I genitori sembrano più disperati dei figli e mi chiedono perché i loro figli piangono. Qualcosa deve essere successo a scuola, mi dicono. Io spiego gentilmente che affrontare questa nuova avventura è per un bambino così piccolo, un vero trauma e che ci sarebbe da stupirsi se non piangessero. Io come maestra, cerco di rassicurare i bambini, gli abbracci e i sorrisi non mancano mai. Dico sempre loro che se hanno bisogno della loro mamma possono venire da me o dalle mie assistenti per una coccola. La separazione dalle persone che amiamo è per tutti dolorosa, ma è anche un momento di crescita. I bambini pian piano imparano ad amare persone oltre alla loro famiglia e questo non fa altro che arricchire la loro vita. Piangere è esprimere un emozione e le emozioni non vanno mai represse a mio parere. Buon anno scolastico a tutti!
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+2 # Barbara Lamhita 2015-09-23 08:37
Grazie Francesca del tuo commento,
sono d'accordo sul fatto che la separazione sia un momento di crescita e che possa scatenare emozioni di paura e tristezza e anche che nei bambini queste emozioni possano venire espresse con il pianto.
Ma, da mamma, mi chiedo se non sia compito nostro e della scuola quello di rendere questo passaggio il meno traumatico possibile rispettando tempi e bisogni di tutti i bambini e quindi prevedendo di poter adattare le regole standard a ciascuna situazione.
Alcuni bambini non hano bisogno per nulla dell'accompagna mento della mamma, altri invece magari a 3 anni semplicemente non sono pronti al distaccco, alcuni altri avrebbero solo bisogno di conoscere meglio l'ambiente asilo per sentirsi sicuri prima di lasciar andare via la mamma.
Sono convinta che il problema maggiore non siano i limiti oggettivi di struttura e persone ma proprio una questione di approcio.
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+1 # Milvia 2015-09-23 14:43
Non ci sono studi che dimostrano che a tre anni per un bambino sia sano separarsi dalla mamma e restare molte ore in un ambiente sconosciuto con persone ad egli estranee.
La scuola materna dai tre anni in su come l'asilo nido non nascon da un bisogno pedagogico ma da un'esigenza sociale .
Purtroppo con i genitori che lavorano tutto il giorno c'è bisogno di luoghi dove i bambini vengano accolti ma e' una forzatura che il bambino fa su se stesso per adattarsi.
Ai bambini fin verso i cinque /sei anni sarebbe utile passare qualche ora a giocare con altri bambini insieme ad un adulto di riferimento ( mamma, papà, nonna, zio, fratello ecc)
L'accudimento amorevole, l'ascolto attento, la presenza del genitore, il rispetto dei tempi individuali e delle scelte, dei gusti insegnano al bambino ad accrescere la sua autostima, a sviluppare fiducia nel mondo . Non e' lo stress e la sofferenza che fanno del bambino un adulto felice e sicuro di se.
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-1 # Francesca 2015-09-25 08:27
Concordo totalmente con te, Barbara. Oltre ad essere maestra, aggiungo che sono anche mamma di due bambini, perciò ho vissuto sulla mia pelle (e nel mio cuore!) la sofferenza nel momento del distacco. Chissà se un giorno chi prende le decisioni arriverà a questa consapevolezza e deciderà di adattare l nostre giornate scolastiche agli svariati bisogni dei nostri piccoli.
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