Dal momento... rientro a casa con un neonato nuovo nuovo

Mentre ancora “tondeggiavo” come un melograno, mio marito mi guardava sorridendo e facendomi una domanda a cui nessuno dei due sapeva dare una risposta: “Ma quando torniamo a casa col fagotto come facciamo?” E poi si batteva la fronte col palmo della mano, in segno di totale confusione.
Il fagotto in questione era ovviamente nostro figlio, che già immaginavamo avvolto in tutine e coperte che lo proteggessero dal caldo, dal freddo, dal mondo, da qualunque cosa.

Il primo giorno a casa è stato un'oasi di calma e sole d'agosto filtrato dalle tende arancioni del nostro soggiorno. Abbiamo messo il nuovo arrivato nella sua carrozzina nuova di zecca, parcheggiata in mezzo a noi, vicino al tavolo, mentre pranzavamo. Abbiamo mangiato poco e rotto il silenzio malvolentieri, come se quell'atmosfera andasse rispettata come un dono sacro; gli occhi rimbalzavano come palline da tennis dal piatto alle guance rosse del bambino, dal bicchiere alle sue labbra carnosette, dalle posate alle sue ciglia scure. Gli amici e i parenti avevano già fatto la spola in ospedale e il secondo giro sarebbe iniziato soltanto nel pomeriggio, ma quella mezza giornata ce la siamo goduta come una vacanza lunga un mese.

La mia pancia era ancora molliccia, come un sacco che hanno svuotato ma che mostra ancora i segni inequivocabili di ciò che conteneva. La casa era ancora più a misura di coppia che non di famiglia, ma lui era lì. Il primo vagito ha ridotto il silenzio in frammenti come schegge di vetro; il piccino ha allargato la bocca reclamando attenzione: è suonata la campana del pranzo. Dal momento in cui ho smesso di essere un universo che ne inglobava un altro e ho potuto guardare negli occhi mio figlio ho capito che tutto sarebbe stato immensamente complicato, esattamente come lo è per un grande amore, un amore sconvolgente; ma ho saputo anche che ero troppo felice per non accettare le conseguenze di quel “tutto”.

Le mie 40 settimane erano trascorse e mentre mio figlio era nato davvero, io, come mamma, ancora non lo ero affatto. Sì, perchè nessuno si aspetta che un neonato si alzi dalla carrozzina e vada in bagno da solo a fare la pipì, ma ci si aspetta che una mamma, fin dal primo giorno, sappia quando dedicarsi alla poppata, al cambio del pannolino, al massaggio al pancino per le coliche. E noi, fessacchiotte che non siamo altro, schiacciate dagli ormoni che ancora ballano il twist, l'emozione smisurata del parto ancora troppo recente e il rientro a casa propria che mischia visite-pannolini-bucato-spesa, sudiamo le sette camicie (nel mio caso, nel vero senso della parola), versiamo qualche lacrima, ci facciamo la doccia da mezzanotte a mezzanotte e un quarto (ossia prima della poppata notturna) con addosso un nuovo odore – che sa in prevalenza di caseificio – e soprattutto ci sentiamo sensuali come un porta-ombrelli.

Come ricordo tutto questo? Oggi con un gran sorriso, con grande tenerezza per i miei primi passi da mamma, certa che quello è stato l'inizio del viaggio e, perchè no, sempre innamorata pazza, come il primo giorno.

 

di Monia Scarpelli, blogger, scrittrice e autrice di “Mani di vaniglia: nascita di una mamma in 40 settimane

 

E tu come hai vissuto il tuo rientro a casa? Ti sei subito innamorata di tuo figlio o c'è voluto qualche giorno?
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