Venerdì, 30 Aprile 2010 13:00

Come mai in casa? "Perche non ero malata!"

By bs

 

Parto in casa MalvagnaEstratti dal libro appena uscito di Elisabetta Malvagna "Il parto in casa"

“Sono ostetrico da 22 anni e, lavorando in diverse strutture, credo di aver capito qualcosa su quello che gira intorno al parto. Per me è stato un po’ un ritornare all' inizio della mia storia.... In seconda elementare chiesi a mia madre come mai ero nato in casa e non in ospedale. Lei, con estremo candore mi rispose: “Perchè non ero malata!”.

Negli Stati Uniti i bambini nascono per lo più in orario d’ufficio, dalle 9 alle 17. Una tendenza che sta prendendo piede anche in Italia. Poco importa se la donna non è d’accordo. Nel 50% dei casi la sua opinione non viene presa in considerazione, al Sud il 60 per cento dei parti avviene senza il consenso alle prestazioni durante il parto o sulla posizione da assumere. Ormai siamo arrivati al punto che le partorienti hanno difficoltà a credere di poter mettere al mondo un bambino vivo e sano senza l’intervento medico. Negli ospedali le donne che hanno una gravidanza senza problemi (la stragrande maggioranza), e quelle con problemi medici vengono trattate nello stesso identico modo.

 

 

Dopo aver partorito in casa la mia primogenita Sara, dodici anni fa, il commento più frequente era “Ma sei pazza! Come ti è venuto in mente?”. Dopodiché, puntualmente, scattava la fatidica domanda “e se fosse successo qualcosa? Cosa avresti fatto?”. Le evidenze scientifiche dimostrano che nei parti in casa selezionati le percentuali di complicazioni e di morte materne e neonatali sono uguali, o inferiori, rispetto a quelle relative ai parti ospedalieri. “A parità di condizioni la coppia mamma-bambino in buona salute, non ha vantaggi dal partorire in ospedale”, afferma Valeria Barchiesi, ostetrica che si occupa da trent’anni di parto naturale.

Le ragioni per le quali il parto a domicilio viene poco richiesto e utilizzato dalle donne, e anche difficilmente proposto dalle strutture pubbliche, sono diverse: mancanza di consenso sociale e istituzionale, assenza di un rapporto strutturato con l’ospedale, costi e la percezione di una minore sicurezza rispetto a quello offerto dall’establishment medico.

Tre anni e mezzo dopo la nascita di Sara, ho deciso di far nascere in casa, in acqua, anche Leonardo. Devo ammettere che negli ultimi anni l’atteggiamento rispetto a questa alternativa è abbastanza cambiato. I più audaci azzardano addirittura un “Ma che bello! Sei stata bravissima!”. Nella classifica dei commenti, ai primi posti troviamo “ma in Italia si può fare? Non è vietato?”; cui segue “sei stata costretta perché non hai fatto in tempo ad arrivare in ospedale?”. Ma c’è anche chi mi ha chiesto “hai fatto il cesareo?”, “hai fatto l’epidurale?”.

Il percorso che mi ha condotto a dare alla luce i miei figli tra le mura domestiche in un Paese che, con quasi il 40 per cento,  è ormai al primo posto nel mondo occidentale per numero di parti cesarei, è stato molto lento, graduale e impegnativo. La mia non è stata una scelta ideologica o all’insegna del “politically correct”. Né mi sono mai sentita “alla moda” o un’eroina per aver fatto a meno degli  antidolorifici e della tanto agognata epidurale. Chi ha questo tipo di motivazioni non è una buona candidata al parto in casa e spesso, nonostante le intenzioni, non ci riesce.

Per affrontare un parto in casa bisogna essere profondamente convinte della propria scelta. Riuscire a toccare la propria emotività, evitando l’onda dei luoghi comuni e i rigidi protocolli ospedalieri, ascoltando invece il corpo, l’istinto naturale e soprattutto, con il sapiente supporto di un’ostetrica qualificata e il sostegno del partner e/o delle persone care, fare leva sulle proprie forze.

Avevo 37 anni ed ero alla prima gravidanza. Non sapevo nulla del parto. In realtà, inizialmente pensai a questa opzione per paura dell’ospedale, del ricovero, della prospettiva di essere manipolate e gestite, io e mia figlia, da persone che non conoscevo e delle quali non mi fidavo. Avevo il sospetto che quel modello standardizzato di “nascita perfetta” che mi veniva proposto fosse una mistificazione. Mi chiedevo come mai una donna sana che, come me, aveva trascorso nove mesi in perfetta forma, dovesse essere improvvisamente trattata come una malata, come un contenitore da svuotare. Se per nove mesi ero riuscita a far crescere la mia bambina nel migliore dei modi, perché avrei dovuto rinunciare a svolgere fino in fondo il talento di cui la Natura ha dotato ogni donna?

Ci tengo a precisare una cosa: non sono mai stata un’igienista, né una vegetariana o una seguace della New Age tutta incensi, yoga, shiatsu, tofu e cibi biologici. Non ho mai fatto ginnastica in vita mia e ho sempre avuto un ottimo rapporto con Nutella, marron glacé, cheeseburger e patatine fritte. Le mie due gravidanze non mi hanno trasformato in una salutista a tutti i costi, e non mi sono fatta scoraggiare dall’opinione della ginecologa che mi seguiva da dieci anni. Una professionista che stimavo per la sua esperienza, competenza e umanità. Ma quando le chiesi un giudizio su un’opzione sulla quale ancora non mi ero informata, commentò  “Il parto in casa? Una pazzia”. Un’affermazione alla quale, dopo essermi documentata, reagii semplicemente cambiando ginecologa.

Una scelta egoistica?

Dicono che le donne che partoriscono in casa siano delle egoiste, che pensano  più a se stesse che alla salute e alla sicurezza del bambino. Posso dire che, come molte altre donne che hanno fatto la mia stessa scelta, più che concentrarmi su me stessa e sul mio benessere, durante le mie gravidanze sentivo il desiderio profondo, l’impellente necessità di fare tutto il possibile per salvaguardare i miei bambini dal rischio di sostanze chimiche o procedure chirurgiche potenzialmente dannose. E, al contrario di molte donne, anzi, della maggior parte delle future mamme, l’ospedale non mi ispirava sicurezza. L’idea di un possibile errore medico, di procedure che avrebbero potuto interferire nel processo fisiologico del parto, mi atterriva. Così come la possibilità di essere mal consigliata e mal gestita, magari solo per una questione di tempi e protocolli da rispettare, per la comodità dell’organizzazione del reparto maternità, o per un’eventuale irreperibilità del mio ginecologo. Ne avevo sentite e lette tante, e non volevo certo trovarmi in una situazione di cui mi sarei potuta pentire.

 

Elisabetta Malvagna ha scritto anche "Partorire senza paura" sul quale ha aperto un omonimo blog

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