Allattare oltre i primi mesi: è facile o difficile?

L’allattamento è principalmente una relazione d’amore, e non solo il modo normale di cibare e dissetare il cucciolo umano. Questa relazione riguarda in prima persona la madre ed il suo bambino, vi sono coinvolte però anche altre figure: prima di tutto il padre, forse indirettamente le nonne, specialmente se si prendono cura del piccolo quando la madre è a lavoro… e poi certamente possono influenzarla anche gli altri familiari, le amiche e gli amici, altri genitori con cui ci capita di parlare,  eventuali articoli pubblicati su riviste più o meno specializzate e, in generale, i mass media, le consuetudini sociali, le pratiche commerciali le politiche e le iniziative per l’allattamento… …tutti questi ambiti, come cerchi concentrici e parzialmente sovrapposti, si collocano intorno a mamma, bebè e padre e possono, direttamente o indirettamente, condizionare non solo il modo in cui viene vissuta l’esperienza di allattamento ma spesso anche la durata.

In Italia, oggi, la durata media dell’allattamento è intorno a 7 mesi, mentre il motivo principale per cui le donne smettono di allattare è la mancanza di latte.

 

Questo significa che nel nostro paese:
- non c’è ancora sufficiente informazione su quali siano le raccomandazioni ufficiali circa la durata dell’allattamento
- non si conosce appieno il meccanismo di produzione del latte, secondo cui “più si allatta e più latte verrà prodotto”
- oltre a ciò, le madri spesso non ricevono neppure il dovuto sostegno emotivo e pratico per poter allattare
- per tutti questi motivi, ancora troppi bambini italiani ricevono prematuramente alimenti complementari, e la stragrande maggioranza cessa anzitempo l’allattamento.

In effetti oggi  l’allattamento è visto sì come una scelta teoricamente vantaggiosa per la salute dei bebè,  però di fatto la grande maggioranza di bambini è destinata prima o poi a ricevere latte artificiale e il biberon viene considerato una tappa obbligata anche per i bambini che inizialmente vengono allattati, un oggetto il cui uso viene vissuto dalla maggior parte dei genitori come un  passaggio normale nella vita dei loro figli.

Non c’è da meravigliarsene se pensiamo che:

- l’allattamento viene ancora considerato principalmente o soltanto un sistema di alimentazione, con l’attenzione concentrata alla quantità di latte e al numero delle poppate piuttosto che al processo di allattamento come modo normale di rispondere ai richiami di un bambino piccolo, siano dovuti a fame o ad altri motivi.

- probabilmente, per quanto detto al punto precedente, non è ancora diffusa una chiara comprensione di cosa significhi allattamento “a richiesta”, ovvero si dà per scontato che le poppate debbano progressivamente regolarizzarsi e diradarsi, e, comunque, non superare un certo numero giornaliero. Se ciò non accade, si ritiene che o il bambino sia viziato o che il latte materno non sia sufficiente o adeguato, e in entrambi i casi, spesso, la soluzione è il passaggio parziale o totale al biberon di latte artificiale.

- evidentemente non è ancora diffusa a livello sociale la coscienza di quanta differenza ci sia realmente fra latte materno e formula, fra allattamento e alimentazione artificiale e di conseguenza

- non si comprende ancora quanto sia svantaggiosa la diffusione dell’alimentazione artificiale per la salute psichica, fisica ed emotiva di madri e bambini, per la tutela dell’ambiente e per il risparmio economico, sia a livello di famiglie che di società

- viceversa, è probabile che i genitori e soprattutto le madri ricevano, insieme ad informazioni corrette, anche messaggi fuorvianti ed informazioni errate, che potrebbero favorire l’abbandono dell’allattamento, informazioni che arrivano anche dalla pubblicità

Da una parte suscita ancora molta resistenza il tipo di accudimento in cui le madri normalmente offrono molto contatto fisico, contenimento, portano i figli addosso e li attaccano al seno per rispondere a bisogni diversi che vanno dalla sete, alla stanchezza, al bisogno di consolazione (resistenza che aumenta via via che il bambino cresce di età). Dall’altra, nonostante vengano riconosciuti i benefici dell’allattamento, non si può certo affermare che ogni madre possa contare su un sostegno efficace che le consenta di portare avanti con facilità e soddisfazione l’allattamento esclusivo per sei mesi e protratto almeno secondo le raccomandazioni (ovvero almeno fino ai primi due anni). Capita ancora oggi che le madri vengano colpevolizzate se non allattano, ma poi fatichino a trovare aiuto per risolvere problemi di allattamento, da quelli più complessi a quelli più comuni, e questo lo dimostra il fatto che la maggior parte delle madri dichiara di aver smesso di allattare perché “non aveva più latte”: insomma, il riuscire ad allattare è ancora considerato una fortuna.

Occorre quindi cambiare punto di vista, e tornare a considerare l’allattamento come parte della cura dei bambini nei loro primi anni di vita, una modalità ben collaudata e l’unica che possa definirsi naturale. Non è l’allattamento ad essere “migliore”, bensì  sono le alternative ad essere peggiori! Se questi concetti tornassero a far parte del bagaglio culturale comune, probabilmente le madri troverebbero meno ostacoli e difficoltà nel loro percorso di allattamento. E’ difatti un bisogno assolutamente normale e legittimo quello di ricevere approvazione, accettazione e conferme intorno al proprio stile genitoriale, e lo è a maggior ragione quando si diventa genitori e soprattutto madri.

L’approvazione sociale è importante ma…
Purtroppo, quello che si riceve potrebbe essere ben altro: anche se le conoscenze sull’allattamento si stanno lentamente diffondendo, intorno all’argomento si sentono ancora tanti luoghi comuni, spesso in assoluta buona fede. Quindi, quando i bambini allattati superano i sei mesi o – peggio – l’anno di vita, è ancora frequente che le madri subiscano critiche e commenti non richiesti che, pur avendo un loro lato umoristico, potrebbero suonare alle orecchie delle madri come manifestazioni di insofferenza rispetto al fatto che stanno “ancora” allattando,

Se si ricevono parole di apprezzamento quando il bambino che poppa è neonato, quando poi cresce le cose iniziano a prendere una brutta piega: già verso i due-tre mesi, il bambino che sta molto tempo in braccio o “sempre” attaccato al seno viene guardato storto, insieme a sua madre. Il resto, ce lo possiamo immaginare…
A cinque-sei mesi, allattamento esclusivo: Come, non ha ancora assaggiato niente? Poverino! Lo farai morire di fame!
Ma davvero non gli dai da bere? Guarda che a quest’età hanno sete!   
Come, poppa di nuovo? Se non gli dai una regola…   
(se è minuto)    Si vede che gli manca il mangiare, guarda com’è mingherlino!
(se è paffuto)    Solo il tuo latte??? Come fa a bastargli, guarda com’è grande e grosso!
Dal momento dei primi assaggi, all’anno di vita:
mangia qualche bocconcino -    Certo, se prende il tuo latte, non mangerà mai
mangia abbondante -       Poverino, vedi che fame che aveva!
Dorme tutta notte: Hai visto, te lo dicevo che aveva fame!
Si sveglia: Colpa dell’allattamento!
Dopo l’anno (ma purtroppo qualche volta anche prima):
Si vede che allatti ancora, guarda come ti sei ridotta, sei uno scheletro!
Ma tuo marito non dice niente?
Per forza si addormenta solo con te: lo allatti!
Ti sta usando come ciuccio.
Il latte oramai è acqua…
Non riesci a staccare il cordone.
Così lo vizi.
E’ un mammone, non sta con nessuno.
…E su tutti i commenti e i luoghi comuni, come non ricordare quello che risuona come una terribile e definitiva condanna alle orecchie di molte madri: … non smettera’ MAI da solo!

I commenti possono essere i più svariati, come sa bene chi ha già fatto l’esperienza, ed esprimere in modo più o meno serio sentimenti di diffidenza, sdegno, indignazione, condanna, esclusione, commiserazione, disapprovazione, e altro ancora. Questo può risultare spiacevole e avvilente, certo non proprio di incoraggiamento per una madre che cerca di fare il suo meglio per il bambino e, di fatto, lo sta facendo. Anche nei pochi casi in cui la madre riesca a dare poco peso alle opinioni altrui e alle critiche, le parole di giudizio potrebbero comunque ritornare in mente nei momenti di maggiore stanchezza, e contribuire ad aumentare l’ansia, i dubbi, le sensazioni di fallimento e i sensi di colpa.

La cosa strana è che quando si tratta di bimbi piccoli, praticamente chiunque si sente in dovere di offrire premurose raccomandazioni e consigli non richiesti, fra cui potrebbe esserci appunto quello di smettere di allattare… come ad esempio: amiche, conoscenti, riviste specializzate, educatrici di nido e scuola materna, fruttivendoli, parrucchiere, baristi, programmi TV, pediatri, nutrizionisti, psicologi, ginecologi, dentisti, dermatologi, oculisti… (questa piccola lista rappresenta alcune delle esperienze da me raccolte).

A volte alle consulenti in allattamento capita di ascoltare testimonianze di madri che hanno ricevuto esortazioni più o meno esplicite a smettere di allattare persino da personale sanitario ritenuto  a favore dell’allattamento, che, di fatto, quindi, possiede sia le competenze che la motivazione per  aiutare effettivamente le madri ad allattare… o almeno per farlo finché si tratta di bambini molto piccoli, mentre, via via che i mesi passano, non esitano a cambiare  posizione, ricadendo nei luoghi comuni di cui sopra e dando consigli  di conseguenza. Quanto è difficile allora sostenere queste mamme, che pensano “Beh, se me l’ha detto anche il/la tale che è un grande sostenitore dell’allattamento… allora forse è proprio vero che devo smettere!”

Lo stesso capita a volte con professionisti delle medicine non convenzionali, come omeopati o naturopati. Atteggiamenti di questo tipo sono forse una ulteriore testimonianza di  quanto siamo davvero tutti influenzabili ed influenzati dall’ambiente in cui si vive. Ci indicano anche quanto oggi questioni che dovrebbero forse appartenere ad un ambito familiare siano invece diventate aspetti da condividere con un sanitario e su cui richiedere un parere, che talvolta si trasforma in una ricetta pronta o una prescrizione in un senso o nell’altro, piuttosto che un momento ascolto empatico… ma le madri non meriterebbero per lo meno risposte rispettose e basate su documentazione scientifica piuttosto che su  miti culturali?
Non si può quindi non essere d’accordo con la dottoressa Armeni, neonatologa e consulente professionale in allattamento, quando afferma:
Non lasciate che qualcuno che non è legato biologicamente ai vostri figli né ha fatto investimenti sul loro futuro metta una distanza fra voi e loro con suggerimenti dettati semplicemente da propri personali punti di vista”

di Paola Negri

 tratto da SAPORE DI MAMMA , Il Leone Verde, 2009

 

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I nostri video dal canale Naturalmente Genitori:

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Commenti   

Cristina Alpaton
+1 # Cristina Alpaton 2011-07-24 05:37
Stando ai commenti che abbiamo ricevuto noi, molti non arrivano neppure a 7 mesi. :( La maggioranza delle mamme con cui ho scambiato qualche parola ha parlato di 'fortuna' (riguardo al fatto di avere latte). Nessuna sembrava sapere che la fortuna non c'entrava niente.
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